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ragno sulla mano

L’aracnofobia è una delle fobie specifiche legate agli animali più diffuse. Dall’Università di Pisa arriva Peter, un ragno virtuale sviluppato per studiare in modo più preciso i comportamenti di evitamento e contribuire alla valutazione e al trattamento delle fobie. Lo strumento è open source e richiede soltanto un visore per la realtà virtuale.

C’è chi alla vista di un ragno prova semplicemente fastidio, chi preferisce allontanarsi e chi manifesta una paura intensa difficile da controllare. Quando questa reazione diventa sproporzionata rispetto al pericolo reale e porta a modificare i propri comportamenti per evitare l’animale, si può entrare nel campo dell’aracnofobia.

Non si tratta di un fenomeno marginale. La letteratura scientifica indica per l’aracnofobia una prevalenza nella popolazione generale generalmente compresa tra il 2,7 e il 6,1%, con differenze anche significative tra Paesi e una maggiore frequenza tra le donne.

Più in generale, le fobie specifiche possono riguardare animali, altezze, volo, sangue, iniezioni e numerose altre situazioni o oggetti; uno studio italiano sulla popolazione ha stimato una prevalenza nell’arco della vita del 2,3% per l’insieme delle fobie specifiche, con una frequenza nelle donne più che doppia rispetto agli uomini.

La paura, però, non è necessariamente sinonimo di fobia. È soprattutto quando produce un comportamento di evitamento e interferisce con la vita della persona che assume rilevanza clinica.

Ed è proprio sull’evitamento fobico che si concentra una ricerca dell’Università di Pisa, che utilizza la realtà virtuale per cercare di misurarlo in maniera più precisa.

Peter, il ragno virtuale dell’Università di Pisa

Si chiama Peter ed è un ragno virtuale realizzato dai ricercatori dell’Università di Pisa come strumento per la valutazione dell’evitamento associato alle fobie. Il sistema è open source, liberamente scaricabile e utilizzabile attraverso un visore per la realtà virtuale.

Il lavoro, intitolato “Characterizing the behavioral subtypes of phobic avoidance”, è stato pubblicato l’11 settembre 2026 su Communications Psychology, rivista del gruppo Nature.

La ricerca è stata condotta da bioingegneri del Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione e psicologi del Dipartimento di Patologia Chirurgica, Medica, Molecolare e dell’Area Critica dell’Ateneo pisano.

L’obiettivo va oltre la semplice constatazione che una persona abbia o meno paura dei ragni. I ricercatori hanno infatti cercato di capire come una persona evita ciò che teme, trasformando il comportamento osservato in dati misurabili.

Come funziona il test con il ragno virtuale

L’esperimento riproduce in realtà virtuale un test comportamentale utilizzato da decenni nello studio delle fobie. Il partecipante si trova in un corridoio al termine del quale compare un grosso ragno virtuale e gli viene chiesto di avvicinarsi il più possibile.

“Abbiamo costruito – spiega Sergio Frumento, ricercatore al Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione dell’Università di Pisa – uno scenario che espone le persone alle loro paure replicando in realtà virtuale un test usato dagli anni ’60 dove le persone si trovano in un corridoio al termine del quale si trova un grosso ragno”.

Ai partecipanti è stato quindi chiesto di procedere verso Peter. In questo modo i ricercatori hanno potuto misurare elementi concreti del comportamento, come il tempo impiegato per completare il compito, la velocità della camminata e la distanza mantenuta dal ragno.

Aracnofobia, non tutti evitano il ragno allo stesso modo

Lo studio ha coinvolto 75 partecipanti con differenti livelli di paura dei ragni. L’analisi delle traiettorie e dei comportamenti ha consentito di andare oltre una semplice misurazione della distanza alla quale ciascun soggetto decideva di fermarsi.

La ricerca pubblicata su Communications Psychology individua, infatti, cinque dimensioni del comportamento di evitamento: il blocco iniziale, il ritardo prima di iniziare a muoversi, un avvicinamento esitante, la tendenza a mantenere una distanza spaziale e il blocco nella fase immediatamente precedente al contatto. Dall’analisi sono poi emersi due differenti sottotipi comportamentali di evitamento.

Un risultato interessante è che questi comportamenti coincidono solo in parte con la classificazione ottenuta attraverso lo Spider Phobia Questionnaire, utilizzato per misurare la paura dei ragni riferita dagli stessi partecipanti.

In altre parole, quanto una persona dichiara di avere paura e il modo in cui concretamente si comporta davanti a ciò che teme sono due informazioni collegate, ma non perfettamente sovrapponibili.

“Abbiamo introdotto per la prima volta – spiega Alberto Greco, docente di bioingegneria al Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione dell’Università di Pisa – una differenziazione del comportamento evitante in diversi sottotipi e questo è molto rilevante per poter scegliere il tipo di trattamento più adatto al paziente”.

Realtà virtuale e fobie: verso valutazioni più personalizzate

L’interesse del progetto Peter non riguarda quindi soltanto l’aracnofobia. Il ragno rappresenta un modello sperimentale attraverso il quale sviluppare un sistema standardizzato per studiare l’evitamento, un comportamento che compare in diversi disturbi legati all’ansia.

La realtà virtuale offre inoltre un ambiente controllabile e ripetibile: il ricercatore può sottoporre persone diverse alla medesima situazione e raccogliere parametri quantitativi sul loro comportamento senza dover ricorrere, in questo caso, a un ragno reale.

Il passo successivo sarà aggiungere un ulteriore livello di informazioni. “Il prossimo passo – anticipa Greco – sarà integrare il sistema con il rilevamento dei segnali fisiologici, come il battito cardiaco, per valutare in modo più approfondito lo stato di ansia del soggetto”.

L’obiettivo è dunque arrivare a una valutazione nella quale ciò che la persona riferisce, il modo in cui si muove e reagisce di fronte alla fonte della paura e, in prospettiva, le sue risposte fisiologiche possano essere analizzati insieme. Un approccio che potrebbe contribuire a comprendere meglio le diverse forme dell’evitamento e a rendere più mirata la scelta del trattamento.

Ottobre 2026

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